mercoledì 3 marzo 2010

Richey Edwards


Ad Ottobre per la Picador uscirà il nuovo romanzo di Ben Myers: Richard.
Cerchiamo di dare un'ordine alle cose.
Sono passati dieci anni da quando Richey Edwards è sparito.
Richey, intellettuale prestato al rock, era il chitarrista e il songwriter dei Manic Street Preachers, uno dei gruppi di maggior successo della scena rock inglese dei primi anni '90. Un giorno, semplicemente, Richey è sparito.
Nessuno, né la sua famiglia né i suoi amici e compagni – James Bradley, Sean Moore e Nicky Wire – ha mai più saputo nulla di lui, se è vivo, se è morto o se si è nascosto al mondo perché ne aveva abbastanza.

La sua è una delle tante storie maledette di cui è costellata la storia del rock, esistenze consumate dalla creatività potente e feroce che nasce dal tormento interiore, vite di ragazzi inquieti che diventano leggende.
È anche la storia del disagio esistenziale dei giovani degli anni '90, troppo sbrigativamente etichettati con la generazione X descritta da Douglas Copland.
Ne fanno parte anche i musicisti che non trovano nemmeno nel successo una via di uscita dai propri drammi e dal senso di non appartenenza che li affligge.
Richey Edwards è uno di questi ragazzi arrabbiati e confusi.

Meno nichilisti e disperati dei Nirvana e dei gruppi grunge americani, i Manic Street Preachers non sono comunque mai stati una band comune.
Arrivati al successo nel pieno della stagione brit-pop dai quartieri popolari di Blackwood nel Galles, i Manic sono la coscienza inquieta di quella stagione di orgoglio britannico. Molto vicini alla tradizione agit-rock dei Clash, alimentano la loro musica con la rabbia, sparando a zero contro ingiustizie sociali e danni del capitalismo, come se avessero sempre davanti agli occhi le facce dei minatori in sciopero negli anni duri della Thatcher che vedevano ogni giorno da ragazzini.
Solitamente in Inghilterra i musicisti che vengono da famiglie proletarie diventano mods arrabbiati e senza valori se non quelli dell'orgoglio britannico e della vita da strada. Quelli che invece vedono la musica come ideale e lanciano messaggi politici sono i cosiddetti ragazzi della “public school”, figli colti di famiglie progressiste e agiate, abituati a ragionare fuori dagli schemi delle classi. Così erano i Clash negli anni ‘70, così sono oggi i Blur, i Coldplay e i Radiohead.
I Manic Street Preachers sono qualcosa di nuovo: proletari gallesi, figli di minatori che suonano rock, leggono Mishima, Kerouac e Malcolm Lowry, studiano Marx, Nietzsche e la storia contemporanea e riempiono le canzoni di messaggi sociali e citazioni dai discorsi di Nixon e Martin Luther King.
Unendo musica pop, attitudine punk e impostazione politica marxista i Manic Street Preachers diventano una delle band più politicizzate degli anni ‘90, raccogliendo l'eredità lasciata nei due decenni precedenti da Clash e Public Enemy.

Richey Edwards all'inizio è solo quello che guida il furgone della band. Poi diventa il secondo chitarrista, anche se la sua chitarra, come il basso di Sid Vicious nei Sex Pistols, raramente è collegata agli amplificatori durante i concerti.
Lui è l'immagine, il simbolo e la coscienza della band, e soprattutto scrive insieme a Nicky Wire le parole delle canzoni. Dietro alla sua aria mite e all'aspetto fragile, c'è una determinazione feroce, un'attitudine artistica radicale e un fuoco creativo che comincia molto presto a consumarlo. Richey dice da subito che i Manic Street Preachers sono destinati a irrompere sulla scena rock, lasciare un segno e poi implodere.
Tra il 1991 e il 1995 la band pubblica tre album intensi, aspri e molto poco accattivanti: il doppio Generation Terrorists , poi Gold Against the Soul e infine The Holy Bible, considerato il loro capolavoro.
La loro musica suona come una sveglia nella coscienza addormentata dei giovani inglesi annichiliti dalla Thatcher e da John Major. In quegli anni la scena di Manchester sta iniziando il suo declino e la promessa di una via di uscita regalata dalla diffusione di massa dell'ecstasy e dei rave (prima accettata e poi repressa dal potere) si è già trasformata per molti in un incubo. I Manic Street Preachers fanno uscire fuori una nuova generazione di consumatori di musica, che vogliono intelligenza, cultura e valori in quello che ascoltano. Le ragazze, di cui è composta gran parte di questa nuova generazione, rimangono affascinate da Richey Edwards, che con la sua aria spaventata e inquieta da intellettuale disperato diventa l'eroe rock che tutti aspettavano.

Inseriti nello stesso meccanismo pop del brit-rock, i Manic si trovano però improvvisamente a vivere in un cortocircuito molto pericoloso: nonostante siano praticamente una band di militanti politici, hanno lo stesso successo di pubblico degli Oasis, sono su tutte le prime pagine dei giornali e le ragazze impazziscono per loro. È lo stesso pericoloso cortocircuito che in quegli anni sta distruggendo la vita di Kurt Cobain. Nonostante il successo, i Manic Street Preachers continuano a considerare il rock come “edutainment” e per questo la critica li giudica presuntuosi e molti giornalisti cominciano a dubitare della loro integrità morale. Richey reagisce con ansia. Sa bene che l'autenticità della sua posizione nei confronti del mondo può essere messa in dubbio continuamente nel mondo dello showbiz, soprattutto quando la band vende dischi e le ragazze impazziscono per lui.
È disposto a fare qualsiasi cosa per mostrare a tutti che lui ci crede davvero.
Il 15 maggio del 1991 Steve Lamacq, reporter del settimanale inglese Nme, punto di riferimento di tutta la scena rock inglese e termometro dei gusti giovanili, va a vedere un concerto dei Manic Street Preachers all'Arts Center di Norwich e incontra Richey nel backstage. Steve è un profondo conoscitore degli ideali del punk rock e non accetta che vengano sfruttati per fare successo. Durante l'intervista, Richey non riesce a convincerlo sulla sincerità della sua arte. Allora decide di fare uno dei gesti rock'n'roll più sconvolgenti di sempre: mentre parla, tira fuori dalla tasca un coltello a serramanico e comincia a incidersi l'avambraccio sinistro.
Il primo taglio è il più profondo e quasi recide un'arteria, ma nonostante stia perdendo molto sangue, Richey va avanti finchè non finisce di scrivere la sua dichiarazione di intenti: “4 real” cioè “davvero”. Prima di venire trasportato in ospedale, Richey si alza in piedi e mostra il braccio al fotografo che ha accompagnato Steve, per uno scatto che rimane nella storia. Il suo sguardo di fuoco, intenso ma sereno e lucido nonostante il dolore, convince tutti.
Richey diventa l'ultima rockstar intellettuale, lancia proclami («spazzeremo via ciò che resta della cultura pop e la reclameremo come nostra») e scrive pagine e pagine di furiose parole nichiliste, che i suoi compagni di band hanno il compito di trasformare in canzoni, parole che spesso suonano come slogan per una rivoluzione generazionale:

Il rock'n'roll è la nostra epifania.
Cultura, disperazione, noia, alienazione.
(Little Baby Nothing)

Nessuno prima di lui ha mai parlato in una canzone pop di anoressia e autolesionsimo. Lui lo fa con Roses in the Hospital e 4st7lb («c'è una dignità così bella nella automutilazione»). Parla anche dell'insonnia e di come l'alcool possa aiutare nella ricerca della serenità, annuncia che si darà fuoco durante una puntata di Top of the Pops e poi va a parlare agli studenti universitari esortandoli a studiare e a non perdere tempo con le feste e la birra, rilascia interviste in cui parla della politica estera di Hitler (che ha studiato all'università) e attacca i giovani che dichiarano di non sapere cosa sia l'Olocausto.
Nella redazione di Nme cominciano ad ammassarsi le lettere dei fan. Alcune sono scritte con il sangue, altre con ritagli di pagine di bellezza e rubriche di psicologia strappate dai magazine patinati. Molti ragazzi sentono una intensa empatia con Richey. Anche loro soffrono dello stesso inspiegabile disagio interiore e apprezzano il fatto che Richey ne parli nelle canzoni, svelando pensieri finora tenuti nascosti per paura e vergogna. «Fin da quando ero bambino ho sempre avuto molta difficoltà a esprimere come mi sento – dice Richey in una intervista – è una emozione molto inglese: tenere le cose dentro, imbottigliate una sopra l'altra, schiacciate, nascoste. Alcune ogni tanto vengono fuori».

Negli anni seguenti i Manic Street Preachers continuano a creare musica per accompagnare le sua visioni, Richey scrive Faster, il suo manifesto di autolesionismo («mi chiamano macellaio, ma sono un architetto») ma comincia a distanziarsi sempre di più dal pubblico.
La sua salute mentale comincia a degenerare e la sua angoscia si trasforma in un devastante tunnel di droga, alcool e anoressia, mentre il senso di non appartenenza e di incomprensione con il resto del mondo lo porta a nascondersi sempre più.
Comincia a pensare di non potersi identificare con nessuno se non con gli emarginati, tossici, prostitute, malati mentali.
Nel maggio del 1994 i Manic Street Preachers suonano per la prima volta in Portogallo. Un reporter ottiene una intervista con Richey e lo trova chiuso in una stanza d'albergo, sdraiato a letto completamente al buio; mentre ascolta The End dei Doors e beve una bottiglia di whisky, gli dice: «siamo l'ultima realtà marxista della storia d'Inghilterra».
Richey passa i due mesi seguenti chiuso nella sua casa di Cardiff, in preda ai suoi incubi. Nell'agosto del 1994, lo stesso mese in cui esce The Holy Bible, viene ricoverato prima al Witchurch Hospital di Cardiff e poi alla Priory Clinic di Londra. Un comunicato stampa dice che: «ha bisogno di aiuto professionale psichiatrico per risolvere alcuni problemi legati ad una malattia».
A settembre viene dimesso e raggiunge i compagni impegnati nella promozione dell'album, che diventa il loro maggiore successo.
Richey incontra di nuovo un reporter di Nme il 16 ai Bluestone Studios nel Pembrokshire, durante le prove del tour. La casa discografica dei Manic sta infatti progettando quello che rimane l'obiettivo finale di tutte le band inglesi di successo, la conquista dell'America: la band sta per partire per un tour negli Usa che dovrebbe aprirgli le porte del mercato più grande del mondo.
Richey racconta al reporter di Nme cosa gli è successo: «la mia mente non funzionava bene. Ed era diventata più forte del mio corpo. Costringeva il mio corpo a fare cose che non ero in grado di controllare. Questo voleva dire che ero malato. Allora, per la prima volta, ho avuto paura». Poi discute con lui dell'ultimo album dei Nirvana In Utero. Kurt Cobain si è suicidato da poco e quando il reporter sottolinea gli evidenti parallelismi fra i testi di In Utero e The Holy Bible, Richey nega che quelle canzoni siano il suo addio e aggiunge: «per quanto riguarda quella parola che inizia con la S non mi è mai venuta in mente. Sono più forte».

A dicembre i Manic Street Preachers suonano una serie di date al Club Astoria di Londra. Dal vivo le canzoni del nuovo album sono potenti e di grande qualità, ma il suono della band è confuso e Richey sembra svuotato e perso.
L'ultima sera, in un momento di furore ed euforia, i Manic chiudono il concerto distruggendo tutti gli strumenti. È l'ultima apparizione di Richey in pubblico.
Il 1 febbraio del 1995, Richey esce dall'Hotel Embassy di Londra a pochi giorni dall'inizio del tour americano.
La sua macchina viene ritrovata il giorno dopo nella stazione di servizio Aust sul lato est del Severn Bridge.
Secondo le ricostruzioni della polizia, Richey torna a Cardiff, entra nel suo appartamento, lascia sul tavolo passaporto e carte di credito e poi sparisce nel nulla.
Il 6 novembre del 1996 un turista inglese lo riconosce in un mercatino di Goa, in India. È il primo di una lunga serie di avvistamenti, tutti rivelatasi infondati, così come le voci che lo danno per annegato nel Liffley, il fiume che attraversa Cardiff.

Il mistero di Richey Edwards rimane come uno dei casi irrisolti più famosi d'Inghilterra. Se è morto, nessuno sa come e dove, né perché il suo cadavere non sia mai stato recuperato. Se ha deciso di scappare, si è nascosto dove nessuno riesce a trovarlo. Anche una rockstar può sparire nel nulla.
I Radiohead dedicano alla storia del ribelle Richey una canzone How to Disappear Completely:

that's there, that's not me. I go where I please. I walk through walls. I float down the Liffey. I'm not here. This isn't happening. I'm not here, I'm not there

Nicky Wire, Sean Moore e James Dean Bradley decidono di continuare come trio e pubblicano altri quattro album dei Manic Street Preachers Everything Must Go, This is My Truth Tell Me Yours, Know Your Enemy e l'ultimo Lifeblood.
Continuano a pensare che Richey sia vivo e che si sia nascosto da qualche parte per dimenticare il tormento che ha segnato la sua vita e le sue canzoni. Ancora oggi, quando sono sul palco, pronunciano il nome del loro amico presentando la formazione della band. Intanto, i soldi dei diritti d'autore delle canzoni scritte da Richey continuano a venire versati su un conto in banca a suo nome. Nessuno li ha mai toccati.

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venerdì 29 gennaio 2010

Addio Mr Caulfield 1919-2010



NEW YORK — Poche ore dopo l’annuncio della sua morte, il settimanale «New Yorker» ha messo online i 13 racconti che dal 1946 al 1965 furono pubblicati sulle sue pagine. Contemporaneamente, su Twitter, Bret Easton Ellis, gioiva per la sua scomparsa, a testimonianza della grandezza, non priva di contrasti e polemiche, del leggendario autore de Il giovane Holden. Il 91enne J.D. Salinger — «La Garbo della letteratura», come l’ha ribattezzato il «New York Times» — si è spento nella sua casa di Cornish, nel New Hampshire, dove viveva da auto recluso da più di cinquant'anni. L'annuncio della scomparsa è stato dato dal figlio Matt. La conferma è poi giunta dall'agente, secondo cui il decesso è avvenuto «per cause naturali, senza dolore alcuno».

Jerome David Salinger era nato a Manhattan il primo gennaio 1919, figlio di Sol Salinger, un ebreo di origini polacche che operava nel commercio di carni, e diMarie Jillich, di origini metà scozzesi e metà irlandesi. Quando si sposarono, la madre di Salinger cambiò il proprio nome in Miriam e si convertì all'ebraismo; J. D. non seppe che sua madre era convertita fino al giorno del suo bar mitzvah. Dopo le scuole superiori s'iscrive alla New York University che abbandona nella primavera del 1937 per imbarcarsi su una nave da crociera. In autunno si fa coinvolgere nell'azienda del padre, che lo spedisce nella filiale della sua ditta a Vienna. Riesce a scappare un mese prima dell'annessione da parte della Germania nazista, quando la sua stessa vita improvvisamente è in pericolo. Tornato in America, frequenta il corso di scrittura della Columbia University, e nel 1940 pubblica il suo primo racconto. L'anno dopo inizia un'appassionata relazione con Oona O'Neill, figlia di Eugene O'Neill, che però non esita a mollarlo per Charlie Chaplin. Nel 1942 parte come soldato alla volta dell'Europa, dove partecipa allo sbarco ad Utah Beach nel D-Day e alla battaglia delle Ardenne. Assegnato al controspionaggio, è tra i primi a entrare nei lager tedeschi. «È impossibile non sentire più l'odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva», la figlia Margaret ricorda di avergli sentito dire. Anche in guerra non smette mai di scrivere e, al ritorno, inizia a collaborare con il «New Yorker».

Il giovane Holden (edito in Italia da Einaudi), manifesto della ribellione giovanileda ormai tre generazioni, esce nel 1951 e riscuote un immediato successo, anche se le prime reazioni della critica furono negative. Dopo la pubblicazione di Nove Racconti nel 1953, J. D. Salinger si ritira a vita privata difendendo la propria privacy con un’ostinazione quasi patologica, sino a raggiungere un isolamento da eremita. Da allora le notizie su di lui si fanno frammentarie e contraddittorie. Di certo si sa che ha collezionato ben tre mogli: la tedesca Shula, da cui divorzia nel 1945 dopo solo otto mesi; la studentessa Claire Douglas, da cui ebbe due figli, Margaret e Matt e l’attuale, Colleen O’Neil, sposata nell’88. Nel 2000, sua figlia Margaret, con l’aiuto della madre Claire, pubblica l’autobiografico «Dream Catcher: A Memoir» (edito in Italia da Bompiani con il titolo L’acchiappasogni) dove fa a pezzi il padre descritto come un sadico, capace di terribili violenze psicologiche sui familiari più stretti che, avrebbe «costretto a vivere da prigionieri virtuali». All’indomani della sua scomparsa resta il mistero dei suoi inediti. Un’amante che aveva avuto negli anni Sessanta, finita la relazione, disse che Salinger scriveva regolarmente e aveva completato almeno altri due romanzi. Pare mettesse un segno rosso sui manoscritti che si potevano pubblicare così come sono e uno blu su quelli da revisionare.

Video Corriere della Sera

Fanculo ad Ellis. Non gli è rimasto che lucrare sulla morte di una persona per mettersi in mostra. Caro Bret easton Ellis, impara a scrivere di nuovo, visto che i tuoi romanzi sono sempre stati pagati fior di miliardi e adesso non riesci più a scriverne nessuno. Dalle regole dell'attrazione che per me sei morto. Ma forse è priorio questo quello che vuoi fare, far parlare di te e dei tuoi fottuti libri morti.

Un pensiero di Salinger:

Ragazzi, quando morite vi servono di tutto punto. Spero con tutta l’anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno.

domenica 24 gennaio 2010

Madness




Madness

Oggi ho scoperto di non essere solo
ho la mia follia con me e non me ne pento.
Nascosta in un angolo straziato della mia mente l'ho fatta mia e riesco a governarla.
Sento le loro voci dilatate dall'assillo
sviscerare grevi la loro tormentata esistenza
;Io sono;
ansito di un respiro vibrante d'odio
innocente messaggero dagli occhi puri crocifisso
ignobile eccezione compassata
simbolo della sofferenza umana voglio essere
accecato dal senso di rabbia esisto
;Non mi avrete mai;
I vostri squallidi pregiudizi
sono solo ecumeniche parole scevre di essenza;
un'altra alba nasce e si infrange sulla mia scomposta figura
sono qui da solo al buio e al freddo
che piango e attendo la pace eterna
un mondo in cui si possa davvero vivere con il cuore
& non essere soltanto un altro cereo pezzo
di questo fottuto sistema.
;Non mi avrete mai;
Io sarò.

mercoledì 23 dicembre 2009

Non basta un bel pacco per fare un buon libro


Pensavo che Steinbeck si riferisse al pacco, quello nei pantaloni, nel senso di coglioni per scrivere. Invece ho frainteso.
Lascio comunque l'articolo.

Già nel 1951 l'autore di «Furore» criticava «l'era del packaging», il prevalere della confezione sul contenuto e l'uso mediatico dello scrittore che in tv deve esporre il suo privato
JOHN STEINBECK
John Steinbeck, l’autore di Furore e Uomini e topi, scrisse a inizio Anni 50 questi Appunti sparsi e ribaldi sui libri inediti per l’Italia, che si rivelano oggi più che mai attuali. Uscirono nel 1951 in The Author Looks at Format, a cura di Ray Freiman, American Institute of Graphic Art. Li pubblica ora l’editrice Alet, nella traduzione di Fabio Zucchella, in una plaquette fuori commercio offerta ai librai come dono natalizio. Ne anticipiamo qui alcuni passi.

Questa è l'era del packaging. Tutto ha un packaging, una confezione: dagli animaletti impagliati e vestiti alle locomotive. E attraverso un processo lento e costante, l'involucro sta diventando più importante del contenuto. Cosa inevitabile, visto che l'acquirente moderno compra merce confezionata.

I libri americani sono delle confezioni, e immagino che le stesse regole usate per le pillole e per il cibo in scatola debbano applicarsi anche ai libri. Pare ormai assodato che se tu metti delle pillole identiche in due scatole di diverso colore, una gialla e una bianca, la gente comprerà quella gialla.

Abbiamo tre tipi di confezione per i libri: quella che attrae come un fiore attira gli insetti, quella che sancisce la loro profondità con copertine austere e noiose (perché in genere la profondità viene ritenuta noiosa) e infine quelle che grazie all'illustrazione in copertina indicano o mentono a loro riguardo. In ogni caso, si tratta dello stesso meccanismo utilizzato per catturare le mosche.

In generale gli editori pensano che se a un libro di mezzo chilo ne viene accostato uno di un chilo, l'articolo più pesante è quello più desiderabile. È il medesimo istinto grazie al quale ogni ragazzino prima o poi scambia il suo dieci cent d'argento per un nichelino da cinque. I libri spessi e pesanti sono più richiesti di quelli leggeri e sottili, indipendentemente dal contenuto.

Questo fatto una volta mi ha spinto a dare un paio di consigli ai miei editori, i quali stupidamente non li hanno seguiti. Se venissero usate copertine di piombo, il problema del peso sarebbe risolto. E se i libri venissero stampati su fette di pane di segale, sarebbero molto più spessi. Inoltre, un libro fatto di pane risolverebbe due problemi. Il lettore non perderebbe mai il segno perché mangerebbe le pagine man mano che le finisce; si ovvierebbe anche all'inconveniente del mancato guadagno per un libro dato in prestito. Perché alla gente piace davvero mangiare mentre legge. Qualche anno fa, in una biblioteca pubblica di Birmingham, in Inghilterra, venne calorosamente richiesto a tutti gli iscritti di non usare come segnalibri il bacon o l'aringa affumicata, perché il grasso avrebbe impregnato le pagine e l'odore avrebbe potuto essere repellente per i futuri lettori. Ho la sensazione che l'arte della rilegatura non sia stata adeguatamente sfruttata... per esempio incollando sul retro della copertina delle bustine di cellophane ripiene di marmellata di arance o di pâté di fegato d'oca. [...]

Il libro in quanto tale ha assunto il proprio carattere magico, sacrale e di autorevolezza in un'epoca in cui c'erano pochissimi libri, e quei pochi erano posseduti da persone estremamente ricche o colte. Allora il libro era l'unico modo che aveva la mente di abbandonarsi a luoghi lontani e a pensieri elevati. Si poteva uscire da se stessi soltanto tramite il talismano del libro. Ed è una cosa meravigliosa il fatto che anche oggigiorno, con la concorrenza dei dischi, della radio, della televisione e del cinema, il libro abbia mantenuto la propria natura preziosa. Un libro è qualcosa di sacro. Un dittatore può uccidere e massacrare la gente, può sprofondare ai peggiori livelli di tirannia e per questo essere odiato, ma quando vengono bruciati i libri assistiamo alla forma suprema di tirannia. E questo non possiamo perdonarlo. L'uso del libro come mezzo di propaganda è più potente ed efficace di qualsiasi altro medium. Una trasmissione ha una certa autorevolezza, ma un libro non mente. La gente non si fida automaticamente dei giornali. Ma automaticamente crede ai libri. È strano, ma è così. Da quelle parti del mondo sottoposte a rigidi controlli e a censura ci arrivano messaggi con i quali non si chiedono radio, giornali o opuscoli. Invariabilmente chiedono libri. Credono nei libri pur non credendo a nient'altro. Ed essendo tutto ciò vero, mi domando come mai i governi non usino i libri più spesso di quanto non facciano. Un libro viene protetto e fatto circolare. È rarissimo che un uomo distrugga un libro, a meno che non lo odi veramente. La distruzione di un libro è una sorta di omicidio. E vista la tendenza sempre maggiore a censurare e a controllare la gente per il suo bene, i libri sono l'unica forma di espressione che ancora vi sfugge. Un quadro può essere tagliato a strisce, ma una qualunque forma di restrizione imposta a un libro viene combattuta fino alla morte. [...]

Mi interrogo continuamente sul futuro dei libri. Possono continuare a competere con forme espressive rapide, economiche e facili che non richiedono la lettura o il pensiero? Io devo dire di sì, o che alcuni di essi tentano di fare proprio quello. Al giorno d'oggi ci sono tantissimi libri che vengono scritti avendo in mente il cinema. Si dice che certi editori non stampino libri che non abbiano la potenzialità di essere venduti al mondo del cinema. In molti casi anche lo scrittore viene considerato in parte scrittore e in parte venditore. Dovrebbe starsene in una libreria a etichettare il suo prodotto con il proprio nome. Dovrebbe partecipare agli spettacoli televisivi e diventare una scimmia ammaestrata. Dovrebbe esporre la propria vita privata, sessuale e i propri muscoli, perfino i peli del proprio corpo, agli sguardi adenoidei dei suoi potenziali lettori. Si dice che deve lasciar perdere la scrittura, se non intende fare questo genere di cose. Che è un asociale, se si rifiuta di far pubblicare sulle pagine patinate di una rivista illustrata le fotografie che lo ritraggono quando fa colazione, o quelle della moglie (o delle mogli).

Io non credo che un libro possa competere con i suoi rivali sul loro terreno d'azione. D'altra parte, neppure loro possono competere con il libro nel suo specifico terreno d'azione. All'infuori della musica, nessun'altra forma espressiva è in grado di «incoraggiare la mente e le emozioni». Non si può pensare a un film come a qualcosa di così personale come un libro che si ama. Nessuno spettacolo televisivo è un amico così come è un amico un libro. E nessun'altra forma espressiva, sempre all'infuori della musica, stimola la partecipazione del destinatario come un libro.

© 2002, Elaine Steinbeck e Thomas Steinbeck All rights reserved
© 2009 Alet edizioni

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 19 dicembre)

venerdì 18 dicembre 2009

For Lovers



Video che lascio solo per la mia viscerale passione per Parigi. Musicalmente ne sono rimasto molto deluso.

domenica 6 dicembre 2009

Pete Doherty & Deutschland, Deutschland über alles

Durante la sua performance ad un festival a Monaco di Baviera, il 30enne cantante inglese ha intonato la prima strofa della “Canzone della Germania”.
Un gesto carino, se non fosse che quelle parole (“Deutschland, Deutschland über alles”) sono state dichiarate fuori legge dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in quanto inno della Germania nazista. Nessuno dei presenti ha gradito la citazione e l’esibizione di Doherty, trasmessa per l’altro via radio, è stata fermata dopo appena cinque canzoni.Andate al minuto 2:38.

giovedì 3 dicembre 2009

Segreti di Famiglia

Miglior film visto negli ultimi dieci anni.
La differenza tra la merda che ci propinano oggi in Italia - non voglio fare nomi - e il genio di Francis Ford Coppola.